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La Terra ha la febbre
Non è più il futuro.
È giunto in silenzio,
con il volto ardente del mezzogiorno,
ha bussato alle nostre case
e ha trovato finestre chiuse,
orecchie distratte,
cuori convinti
che ogni allarme
fosse soltanto un'invenzione.
Le città respirano fuoco.
Le pietre custodiscono febbre,
gli alberi cercano invano
una pioggia dimenticata,
i fiumi trascinano
la memoria dell'acqua,
mentre il vento
ha imparato il linguaggio della cenere.
Camminiamo
tra marciapiedi divisi
come se perfino l'ombra
fosse diventata un privilegio.
Il cielo non promette più raccolti,
ma conta le vittime
con una pazienza
che nessun uomo possiede.
Abbiamo chiamato progresso
ciò che divorava il domani,
abbiamo venduto il respiro
per un pugno di combustibile,
abbiamo trasformato il profitto
nell'unica religione
capace di negare persino l'evidenza.
Eppure la natura
non conosce propaganda.
Parla con gli incendi,
con i ghiacciai che piangono,
con i mari che salgono
come antiche profezie,
con il calore
che spegne i corpi
prima ancora delle speranze.
Non serve più
interrogare gli scienziati
per capire
che la Terra ha la febbre.
Basta ascoltare
il silenzio degli uccelli,
l'affanno degli anziani,
gli occhi dei bambini
che cercano un'estate
senza paura.
Ogni albero abbattuto
è una pagina strappata
dal grande libro della vita.
Ogni specie perduta
è una parola
che l'universo
non pronuncerà mai più.
E noi,
inermi spettatori,
continuiamo a discutere
mentre il tempo
consuma l'ultima clessidra.
Ma finché esisterà
una voce capace di dire no,
una mano pronta a piantare un seme,
un giovane disposto
a difendere il futuro
prima del proprio interesse,
non tutto sarà perduto.
Perché il Sole
non ci sta soltanto bruciando.
Ci sta giudicando.
E ogni alba
ci consegna ancora
l'ultima possibilità
di scegliere
se essere gli artefici
della fine,
oppure
i custodi
della rinascita.